Gertrude Stein e il suo copista americano di Picasso
Spesso, si domandava perplessa:
“Questi quadri possiedono la serenità della perfetta bellezza ma non possiedono la bellezza della realizzazione”
è un po come dire che: come invenzione concettuale il cubismo picassiano può rientrare nella Storia dell’Arte ma per la sua realizzazione brutale, di “bellezza” vera e propria non si poteva parlare.
Che fare?
Un giorno Gertrude Stein nel peregrinare per gli States richiamata a furor di popolo nel tenere Conferenze presso giovani universitari della sua comunità religiosa, venne fermata da un giovane pittore. Il giovane pittore le raccontò di essersi imbarcato su una nave per qualche anno e nei tempi morti che genera una nave in mezzo al mare , imparò a disegnare e a dipingere.
Come pittore voleva essere un moderno, perché i quadri moderni essendo pagati molto bene lo avrebbero arricchito a breve e quindi, avrebbe abbandonato la vita di mare per quella su terra ferma. Per imparare l’Arte Moderna si avvalse di riviste cartacee, libri illustrati e cataloghi, copiando quella “strana maniera di dipingere moderna” e per qualche anno continuò a copiare. Copiava di tutto.
Raggiunta una certa maturità pittorica, cominciò a produrre immagini proprie, e, sapendo della presenza in città della famosa Collezionista, Critica d’arte e Mercante di opere moderne Gertrude Stein, pensò bene di presentarsi ad Ella per farsi ingaggiare nella sua prestigiosa scuderie di pittori. Cosi fece.
Prima della Conferenza, avvicinata la Signorina Stein, le chiese un cortese visita presso il proprio laboratorio per un parere personale, vantando la propria bravura pittorica migliore di quella di Picasso, Matisse e Modì ecc..
Sulle prime la signorina Stein lo respinse quasi infastidita, ma poi, durante la Conferenza meditò ciò che metterà per iscritto, l’elaborazione di un concetto commerciale per migliorare e rendere appetibile quell’arte moderna europea nata negli inferni affumicati della guerra e fame, quadri dominati dal nero fumo generato da bombardamenti, come anche le cicatrici squarciate presenti sulle ferite di migliaia di reduci di guerra che incidevano sull’umore dei quadri.
Picasso, cubista era la rappresentazione della disperazione, la follia, il male, frutto di una potenza di fuoco assorbita e degenerata in trame eversive; quindi, una mente infernale generatrice di distorsioni e brutalità. Il colore dominante dei suoi quadri era il bi cromo nero e giallino zolfo. Ma nell’America dai cieli azzurri e tersi, terra di sogni e di Eldoradi splendenti, quei quadri, sinceramente, per la filosofia di allora, per Gertrude Stein erano difficili da sostenere commercialmente. L’orrore manifestato dai collezionisti e critici d’arte andava superato. Come?
Quei brutti quadri di Picasso, “quadri psichici e inconsci” che dopo una fumata di droga potevano assumere un brillate tono cromatico, intellettuale e di modernità strana, sulle ricche riviste lucenti e pattinate americane, le opere di Picasso si presentavano fuori luogo, indegne.
Quel giorno, dopo la Conferenza, annoiata per ciò che di poco offriva la città in materia museale, priva di gallerie d’arte, generatrice di pochi artisti; bella città urbanizzata con intorno il nulla, volle quel pomeriggio fare visita al pittore marinaio. Gertrude in compagnia della inseparabile Alice Toklas che volle con se in quanto, un po’ “megera” e Sibilla nel capire gli spiriti altrui, e quindi infallibile nei giudizi istintivi, le due amiche si portarono insieme dal giovane pittore.
Dopo le presentazioni, accomodatesi, vollero veder sfilare le opere così come fanno le signore quando scelgono sulla passerella un vestito alla moda in Atelier, ed essendo Gertrude una collezionista, non sarebbe uscita senza comperare nulla. Seguì il suo istinto innato che le divenne dogma: “ciò che capita al Genio si trasforma sempre in opera fattibile.”
Il suo primo giudizio sui quadri fu negativo. Dopo aver mortificato il povero pittore amatoriale, soddisfatta la propria boria critica, più rilassata si lasciò incantare da una tela: la copia di un ritratto della consorte di Pablo Picasso.
Stein amava Picasso e, quegli 83 giorni chiusi nell’Atelier in posa modella al suo primo ritratto, le restarono perennemente un ricordo sentimentale che la legava al quel diavolaccio spagnolo, matador dallo stiletto perfetto, che il suo cuore ebbe trafitto. Quindi i ritratti delle amanti e consorti di Picasso li aveva sempre comperati per fargli piacere. Anche quel giorno ella fu punta dalla gelosia, per di più, quello sciocco pittore di mare le aveva anche abbellite oltremisura dandole quel candore che le donne amano nella pulizia del viso e delle vesti, incantando la nostra famosa spettatrice sia per l’ordine che per le linee perfette. Forse dovuta alla rassegnazione, calmate le pulsioni nervose, si fece strada in lei un idea meravigliosa scrivendo così:
“In questo periodo, fra il 1913 e 1917, i suoi quadri possiedono la bellezza della padronanza assoluta. Picasso poté fare in sostanza tutto ciò che volle. Nei suoi quadri non mise in sostanza niente che non dovesse starci, non c’erano cubi, c’erano soltanto cose; riuscì a metterci solo ciò che conosceva realmente. Tutto finì con il viaggio in Italia e l’allestimento di Parade.
Dopo l’Italia e Parade, egli ebbe il suo secondo periodi naturalista di una bellezza accessibile a chiunque, la sua tecnica era ormai cosi perfetta da conseguirgli di creare tale bellezza con minor fatica, tale bellezza esisteva di per sé. Questi quadri possiedono la serenità della perfetta bellezza, ma non possiedono la bellezza della realizzazione. La bellezza della realizzazione, in confronto alla pura bellezza, impiega più tempo a farsi riconoscere come bellezza. La bellezza della realizzazione, mentre viene creata, non è bellezza: diventa bellezza solo quando le cose che vengono dopo sono creata a sua immagine. Allora viene riconosciuta come bellezza, grazie alle sue dote di fecondità. E’ la più bella delle bellezze, più bella della bellezza della serenità. Proprio cosi.
il giovane pittore fu arruolato ma a una condizione…. doveva riprodurle le copie di tutti i quadri cui elle gli sottoponeva, donandogli più splendore ed eleganza. Dovevano diventare prodotti per la Moda e alla Moda da permettere a Picasso di entrare nei paradisi editoriali americani affascinando galleristi, collezionisti, e musei fino allora restii.
Domanda: Quante sono nel mondo le opere falsificate di Picasso per amore della Moda, dell’Arredo, del Design, dell’Arte, dell’Editoria e del Collezionismo ecc.?

L’indagine continua…
