Poesia cosmica n. 34

“HO RAGIONE IO o TU?”
(Teo-Filosofia Cosmica)

Se il tuo Dio è l’Universo,
non è l’unico Dio esistente.

Se gli Universi sono Immensi
quanti Dei ci sono nello Cosmo
per credere di avere Ragione Tu?

“Ho un Dio tutto per me
e ce n’è uno anche per te.”

Apri e cercalo, ti aspetta, sceglilo:
tu sei quel tuo e suo Universo.

 

 


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Poesia Cosmica: “siamo riflessi”

FILOSOFIA e Poesia:
” L’Alieno in noi.”

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Secondo un principio scolastico divulgato tra gli allievi nelle scuole, la filosofia è “la ricerca della verità dentro se stessi”. Tale dogma deduce che: la Verità esiste e va ricercata dentro noi come se questa esistesse da sempre, e che, dentro noi, sia latente ancor prima della nascita della ragione. indi per cui, questa supposta “Verità” sia ereditaria in tutti a partire dalla nascita, dal primo uomo in poi, oppure, sia essa una caratteristica fissa della Ragione quando ragionando essa si “riflette” in se stessa.

La ricerca di una ragione ragionevole o ragionata diventa il presupposto per cui, la Ragione e la Verità siano la stessa cosa da raggiungere, tale da asserire il detto ricolto all’altro: “Ho ragione io”. Ma poiché nel divenire relativo del “ tutto si trasforma”, la ragione si sposta dal centro filosofico ad altra Verità. La ricerca del centro filosofico fissato nella Verità nomade, da origine e diverse opinioni a seconda dello spazio e tempo ove questa è viene formulata.

Quando alla Ragione si vuol dare un punto fisso per rendersi immutabili ed universali, ecco a supporto arrivare la Scrittura che, nel dettato, determina i detti filosofici in comandamenti facendo nascere il dogma dei dogmi: l’indiscutibile Legge.

Da ciò, il Dogma si fa Ragione e fonte di Verità. La ricerca della Ragione nella ragione presuppone un dialogo con noi stessi;  altro non è che l’immaginario cosciente  che da origine a ciò che chiamiamo “la voce della coscienza”.

E’ l’ Alieno?….

Il dialogo immaginario con se stessi o con lo spettro di noi stessi, presuppone la presenza invisibile di un interlocutore estraneo a noi, ma che alberghi in noi, e che, assoggettiamo per attivare i processi della ragione in caso in cui saremo interrogati da terzi fuori di noi.

In noi stessi la Ragione esegue le prove ufficiali per la creazione di risposte a dialoghi che custodiamo nella memoria in caso si è interrogati su un argomenti specifici; più sono le cartelle d’archivio destinate ad accogliere tali informazioni, più sono precise le risposte se interrogati. La gestione di più Divinità quali creatrici superiori della natura intorno, Dei sono coloro che ci interrogheranno al loro apparire. Questa figura superiore nelle scuole è delegata al Professore, l’Insegnante e il Maestro.

Oggi, con la femminilizzatone delle cattedre, il ruolo femminile non solo ha messo in discussione la figura del Maestro Divino, ma sposta l’ago della bilancia sessuale verso un Dio Madre e che, per ordine ecclesiastico, non potendo profanare il Dio Patriarca dominatore degli eserciti e amministratore della violenza, chiamano questa Dea: Madre Natura, l’unica espressione materna che ingloba in se nel proprio ventre anche più DEI (Gaia) 

Nel gioco naturale del maschile e femminile, la progenie divina è garantita, ma la ragione non vuol sentire ragione se contraddetta. Gli Alieni sessuali e sessisti si scontrano per il dominio della Ragione pura e dominante.

La ricerca della Verità in noi stessi, questo esercizio spirituale della filosofia ci ha condotto sulla strada conflittuale della “psicologia” sessista d’ambo i sessi. La Meditazione è  una sorta di scienza ispettiva nei processi introspettivi animati da questa figura intromessasi: l’Alieno, figura innaturale introdotta dal carattere introspettivo della cultura monoteista che la coscienza vuole “incosciente” nella residenza dello sconosciuto subconscio.
Una volta materializzato lo spettro invisibile come soggetto reale vivente in noi stessi, con la definizione “la ricerca del ” sconosciuto, smarrito o Alieno, attribuiamo all’estraneo ( in se o s’è ”, uno spirito avente  anima che crediamo essere noi stessi nell’altro noi stessi. Se smarrita l’anima, diventa l’alieno introspettivo il noi stessi sdoppiati nelle malattie immaginarie.
Il gioco del riconoscimento spettrale per uscire dalla “camera degli specchi” ove ci “inganniamo riflessi”, ci da modo di comprendere cosa capita quando filosofando con noi stessi cerchiamo di avere ragione sugli altri e su noi stessi.

Al telespettatore cronico:

“Siamo riflessi” dice il poeta,
riflessi altrui riflessi in noi stessi, 
imitandoli, imitandoci, smarrendoci
senza sapere più chi sono, chi si è
o se simili a loro o loro a noi stessi .

enea

Wislawa Szymborska: Nobel Poetessa Polacca

poesis+

La poesia non è subdola cospirazione. Qui presentiamo l’analisi successa per caso  di una poetessa che tale si spacciava durante  nella sua funzione “agente” di tessitrice di trame e scoprire la sua natura mediorientale assassina.

Come si analizza una poesia presentata come tale scovandola essere una  non poesia? Vediamola.

C’è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.
A volte un pò lo invidio
per fortuna mi passa.

Wisława Szymborska


La realtà secondo Wislawa Szymborska.

Il conduttore della rubrica Pòèsis in FaceBooke azzarda una “recensione” su questa  poesia della poetessa Wislawa e non mi trova d’accorso se non come fonte informativa generica sulla attività eversiva della “poetessa” come anche sull’interpretazione personale letteraria e non poetica della poesia stessa. La recensione assume anche il tono di analisi senza critica poetica, in quanto, questa poesia è un passaggio storico epocale della “rivoluzione colorata ” Sollidarnosch, in Polonia, prima rivoluzione reazionaria diretta dall’agenzia eversiba “Casa delle Libertà”. centrale politica. con sede negli Stati Uniti, già nota dal 1905. Leggiamome i passi e, a seguire, la risposta  in merito. A fondo pagina l’osservazione politica sulla poetessa e il suo operato da parte di Enea Anchise critico.

Wisława Szymborska è stata  una delle più illustri poetesse del 900′, tanto da ottenere il premio Nobel nel 1996 nonché una delle più insigni e rappresentative della sua terra, la Polonia. Nasce a Kòrnik, un piccolo paese della Polonia centrale nel 1923, all’età di otto anni, assieme alla famiglia si trasferisce a Cracovia, città che le rimarrà impressa per la vita. Riesce a sfuggire alla deportazione in Germania, e riesce a compiere studi seppure irregolari in Polonia.

Wislawa comincia a pubblicare i suoi lavori nel dopoguerra e incontra le prime difficoltà con la censura socialista dell’epoca, a cui aderisce e in cui si impegna politicamente fino al 66′. Nella sua vita, pubblica opere di notevole importanza artistica e che riscossero anche un grande successo come ad esempio “Dwukropek “(Due punti) datato 2005, che ne fanno un autrice imperdibile per qualunque appassionato di letteratura.

La poetica di Wislawa viene spesso riassunta in poche parole: stupore, ironia, fremito e meraviglia. Inoltre nelle sue poesie è facile scovare nel linguaggio semplice e diretto, temi di carattere filosofico-esistenziale, che toccano l’umanità in ogni aspetto, collettivo o personale, facendo della poesia di Wislawa una delle più umane di questo secolo, perché comunica a tutti e comunica di tutti.

“C’è chi” è una poesia della raccolta postuma Basta così, la quale si presenta come una meditazione sul carattere assolutista del determinismo e sulla pressante voglia di stilizzare e definire tutte le cose univocamente; volendo effettuare un parallelo con un altro autore del 900′, C’è chi si presenta come un’osservazione sagace sulla realtà dell’umanità come Io temo tanto la parola degli uomini di Rilke. In effetti le due poesie hanno in comune la stessa febbre e rabbia, ovvero la prepotenza degli uomini che credono di poter decidere del mondo o che credono di dover sapere come esso sia stato deciso. Ovviamente i testi nelle idee e nelle espressioni, oltre che nel fine si discostano notevolmente.
L presentatore e critico della Poetessa Wislawa, ad un certo punto pensa di interpretare a modo suo i concetti allineati grammaticamente e i suggerimenti che la poetessa dà e fa sul soggetto criticato, aggiungendo personali pareri che sviano il senso delle parole nascondendo il fatto che di poesia non si tratta ma di un “rapporto militare” di controspionaggio.

C’è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

La poesia comincia con un ritratto freddo e preciso. La persona o meglio l’atteggiamento di cui si parla è un atteggiamento solenne, apparentemente di libertà e di altissima risonanza interiore, è un atteggiamento di pregevole sicurezza, perché ogni cosa è al suo posto e tutto è in ordine, sembra quasi un idillio nell’odierna società divora-uomini, trovarsi a provare queste cose.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

La capacità e la forza di questo “uomo” è anche futura oltre che pregressa, non ha problemi ad adattarsi alle più svariate situazioni.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Il superfluo viene gettato via, come in una macchina perfetta, creata appositamente, e le verità non sono discutibili, non possono essere smentite e le persone ignote o quelle da non ricordare vengono sistematicamente eliminate, ma sempre con ordine.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

La poetessa ora comincia a delineare qual’è la debolezza di questo atteggiamento. La persona in questione pensa quel tanto che serve a non smentirsi da solo perché sa bene che la sua vita è vuota. In questo atteggiamento si svela la sua profonda fragilità: ella non può pensare, perché il pensiero diverrebbe il canale della verità e del risveglio, mentre ella preferisce un torpore onesto che dà una sottile gioia di ozio e la sottomissione a uno stile di vita assoluto e non vario, fisso e non variabile.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

Questa persona opera un ragionamento lucido e distaccato, sa che dovrà morire e come dovrà andarsene. Non teme la morte perché la pensa come una porta obbligatoria e non la contempla più di quel che è, il licenziamento dalla vita.

A volte un po’ lo invidio
– per fortuna mi passa.

In questi ultimi versi la poesia di Wiaslawa si carica di un giudizio solenne e ironico, il marchio della poetessa, che diventa derisione e insieme canto di rivendicazione per la propria vita.
Tutta la sicurezza, la freddezza e la preparazione metodica al mondo, fanno di questa fantomatica persona l’ideale di uomo da seguire, per il coraggio che mostra ma che in fondo non sa cosa sia, per la vita che vive ma non possiede e per la sua risolutezza assoluta.

Ed è proprio qui che l’autrice polacca prende le distanze, ella preferisce il dubbio all’assolutismo che è sempre vuoto e insipido di conoscenza. Preferisce avere qualche ripensamento, tremare alla vista della morte, rimpiangere gli amici persi, preferisce vivere. E quando si ricorda di questo, ella ricorda che c’è chi, semplicemente non vive. E il giudizio che la poetessa da a queste persone è feroce: per fortuna mi passa, per fortuna non sono come loro.

Si presentano dunque due casi distinti ed un ammonimento. La distinzione è operata tra chi vive sopravvivendo e chi sopravvive vivendo. La poetessa critica aspramente i primi, infatti essi cercheranno sempre di trovare via di fuga al dolore, per il loro mestiere assoluto di sopravvivere e li critica nei comportamenti e nella paura, nel rifugio alla cieca certezza e nel vendersi ad un assolutismo che non muta. Mentre i secondi invece vivranno il dubbio perché esso è insito nella vita stessa degli uomini e ne rende tutte le cose più vive, perché essi vivono come tesi tra due estremi inconciliabili e seppure appariranno più turbati, più preoccupati e apparentemente meno felici, essi saranno i più vivi e saranno coloro che quando sapranno rispondere, quando avranno i metodi, sarà perché hanno cercato la risposta e non perché l’avranno solo accettata.

 

Risposta di Enea.Anchise:

Il Filosofo non è Poeta, ma il filosofo che scrive i propri pensieri allineati con spazi e gli “a capo” che facilitano il respiro lettore, evita solo la virgola. Nulla a che vedere con la poesia, ma scritto, inscritto, nella concettualità filosofica, quella si.
Il poeta non fa filosofia, retorica o politica; il poeta indaga e muove gli spetri non i solidi come fa il filosofo dietro i quali nasonde o scopre altri solidi a piacimento di condotta.

Il Premio Nobel è un premio etnico e la poetessa è stata premia dalla sua etnia per quei servizi e disegni eversivi Cosmopoliti di cui ella è  Agente.
Agente s’intende colui o colei che agita le masse per conto di …quindi agente sta per agire, agitatore, agitatrice. Ecco perché non è poesia la sua ma politica eversiva.
Il 1996 è un anno importante sul processo decennale per l’abbattimento dell’URSS. I militi Cosmopoli “Nobiliani”, l’hanno voluta premiare da Agente a Comandante responsabile depositandole un assegno di 500 milioni di Lire in premio (o rimborso), e, in Polonia in quegli anni erano dei bei soldoni.

Risposta a Poesis: “Caro collega Poeta, se rileggi la poesia “C’è chi” e pensi al “burocrate” che ella osserva per comunicare alla centrale le abitudini e le funzioni di stato di un impiegato o dirigente da scalzare, tutto ciò non è una bella poesia ma una insana “soffiata politica”. Una volta liquidati i dipendenti dello Stato e conquistato (POLONIA comunista) ecco le sue parole prendere forma di “agente spia anticomunista” per un processo indolore di conquista curato devotamente.

E quando è licenziato dalla vita, (uccisio?)
lascia la postazione
dalla porta prescritta.”


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