a raLe Donne Dadaiste.
Si narra di DADA: “Nel verso infantile DADA, i dadaisti trovano la parola più adatta per esprimere il proprio nichilismo, il rifiuto delle convenzioni borghesi, e della retorica belligerante dei politici.”

Foto: scherno agli ufficiali della S.A. tedesca.
La lezioni sul dadaismo cominciano sempre con questa frase diventata noiosa e ripetitiva, sempre la medesima per tutti e per tanti anni, dogma che ha bollato intere generazioni di allievi, artisti, operatori di settore congedati dalle Accademie di Belle Arti e Università di Storia dell’Arte come se essere insurrezionali o rivoluzionari sia un privilegio artistico o una bandiera da tenere alta perché dogma coniato dai dadaisti e quindi comandamento scolastico e culturale per tutti.
Quella citazione è una una farsa, peggio, una bugia bella e buona. Appunto: una menzonia, e, tale si rivelerà mano a mano che ci si addentra al tema sul Movimento dadaista tenuto spesso sottaciuto agli allievi, dubbio che assale nel vedere a prima vista la Follia isterica e schizofrenica dadaista presente nelle loro opere.
Durante lo studio di DADA qualcosa non quadra.
A prima vista DADA non piace e se mai dovesse piacere lo è per chi studente diligente rispettoso e inesperto si appresti allo studio per uscire dagli atenei acquisendo meriti e crediti preordinati per ottenere il massimo punteggio di riconoscimento al proprio futuro artistico, ripetendo quella cantilena a memoria.
Le cristallerie Universitarie non di toccano, non si contestano e non si devono infrangere; esse fanno parte dell’arredo e vetrinistica uguale per tutti gli Atenei e sempre in perfetto ordine mondiale, allineandole in modo uniforme in tutti i Musei d’Arte Moderna divenuti seriali.
Che cosa si cela dietro tale bugia dadaista?
Le menzogne artistiche dadaista nascondono da una parte, ed evidenzia dall’altra, tutte le responsabilità dei Cosmopoliti nel tener nascosta la propria vera identità tramando tranquillamente nell’ombra e passare impuniti al giudizio della Critica Politica e Storia dell’Arte. Grazie al camuffamento artistico, i cosmopoliti, per tutto il Novecento (e ancora prima), hanno potuto agire nell’ombra le loro congiure, siano esse andate a buon fine come andate a male. Per i dadaisti l’Arte fu soltanto un pretesto dietro al quale avere il lasciapassare “diplomatico” per i propri agenti e foglio di “buona condotta” da rilasciare alla Storia.
DADA:“Rifiuto delle convenzioni borghesi…” vediamo se è vero.
Gli anni bellici dadaisti (1916-18) non furono anni facili per nessuno in Europa. La Guerra si sa, porta lutti e scompiglio nella vita quotidiana. La bella poesia del focolare, senza fuoco, con la dispensa vuota come la pancia e con tanti reduci traumatizzati dalla violenza di guerra allo sbando, si manifesta socialmente in tutta la sua crudeltà trai gli stati perdenti caduti in disgrazia e depressione.
A parte l’enfasi dei primi sei mesi di guerra 1914, il programma per la realizzazione della Guerra Lampo al fine di sbaragliare le Monarchie europee ed aprire una grande era tecnologica, nei piani di quel conflitto i cosmopoliti prevedevano l’estensione della guerra anche alla Russia Zarista e all’Impero Ottomano imponendo il “Nuovo Ordine Mondiale” a favore di una borghesia emergente industriale, illuminata, bancaria e cosmopolita ebraica, sempre più ricca ed agguerrita per la tecnologia raggiunta, la quale, superò di in gran lunga in valore economico i depositi auriferi dei loro stati, dei loro Governi e dei Sovrani.

Chi abbia inserito nella Storia dell’Arte i dadaisti come Movimento artistico ha commesso un grave errore in quanto Dada è un movimento politico ben strutturato ma non artistico. Se poi tra una trame e l’altra la “fidanzata”di Raoul Hausmann si sia trasferta in Svizzera e si sia cimentata a costruire delle bamboline graziose o burattini, ci passa, ma che nel tardo dadaismo si sia messa di lena a ricostruire il Movimento DADA svizzero dissolto nel nulla, possiamo darle merito di essere stata una brava archivista e bibliografa e sartina stilista dalle manine d’oro. Ciò le da merito anche se modesto.
Foto: Hannah Höch
Dada’s Women
“Se non fosse stato per Emmy Hennings, Sophie Taeuber, Hannah Höch, Suzanne Duchamp e Céline Arnauld, il movimento Dada non avrebbe mai raccontato certi fenomeni sessisti riscontrabili nella società dei ruggenti anni venti europei.”
La storia del femminismo europeo lamenta i Dadaisti essere stata una compagine espressamente maschile e che poco spazio lasciarono alle donne. Una cosa il femminismo dovrebbe tenere presente quando criticano il maschilismo Dada: essendo DADA una organizzazione Cosmopolita militare, il rischio di perdere la vita o la libertà nelle scorribande parapolitiche era molto alto. La paura allontana le femmine dal rischio se pericoloso.

Solo Emmy Hennings, sprezzante della vita, coraggiosa, ha saputo essere una dadaista patentata. La sua specializzazione era la recitazione teatrale nell’Arte cabarettista, quindi perfettamente allineata al gusto e alle esigenze circensi delle Avanguardie.
Tale Movimento, essendo una compagine esclusivamente ebreicaa, “il verbo” è e resta la loro fede e arte. Quindi non potendo rappresentare l’arte figurativa, se non in forma astratta (unica licenza rabbinica) la parola e l’azione sono la loro vera Arte. L’Avanguardia Dada al fine di camuffare meglio il personaggio che un adepto volesse raffigurare o rappresentare per la presa prossima del potere, tutti i dadaisti dovevano prendere lezioni di dizione e recitazione. Qui, la maestria di Emmy Hennings s’impose e, tutti i dadaisti, a turno, dovevano addestrarsi al compito assegnatogli, recitandolo a perfezione.
Foto: Emmy Hennings con marionetta
Lo stesso Lev Trotsky passerà un anno in America ad imparare la buona dizione e recitazione prima di affrontare la grande avventura in Russia, e, poiché Vladimir Lenin abitava a pochi passi dal Cabaret Voltaire, qualche lezione di dizione e teatralità deve averla presa per nascondere la erre moscia di gola molto pronunciata nella sua voce, caratteristica tipica di chi parla a lungo l’aramaico. Quella caratteristica fonetica fu portatrice di guai severi per molti ebrei durante i motti russi e germanici, diffidando i possessori, o peggio, perseguitarli anche senza motivi validi. Per ragione di sicurezza la erre aramaica andava corretta.

Nel piccolo universo femminile DADA, la diva che più di tutte ebbe incarnato il dadaismo femminile fu la baronessa Elsa von Freytag. La sua follia spregiudicata, l’arroganza, l’improvvisazione , la mancanza assoluta di pudore fecero di Elsa l’artista femminile Dada numero Uno. Innamorata di Duchamp, vissero insieme nello stesso appartamento per un periodo breve. Duchamp aveva capito che Elsa, per le strade di New York era il futuro di donna prototipo. Per Duchamp, Elsa era la punta più avanzata della creatività cabarettista vivente per immaginazione, follia imprevedibile, genialità materializzata in una donna inaffidabile. Pare dalle ultime dicerie d’arte, che Elsa sia stata l’ispiratrice dell’opera Fontana di Duchamp. Hannah Höch non ne parlerà mai, quindi non ci sono prove. Scoperto il significato dell’opera Fontana l’opera medesima scagionerà la baronessa Elsa da questa diceria.
foto: Elsa von Freytag
Hannah Höch, dal suo archivio ricostruirà, quasi alla fine del periodo post bellico la storia del movimento DADA scomparso. Pubblicherà la storia del movimento sulla base dei ricordi personali e fotografici. Gli stessi artisti interessati faranno invece sparire le tracce e le prove perché implicati in quel disastro che sarà la seconda guerra mondiale.
Quindi, quanto ci sia di vero, o meglio , omesso nelle memorie svizzere di Hannah, evidenzia nella ricostruzione una vestizione artistica e romantica del movimento; e basta. studiare Dada attraverso le sue memorie di Hannah Hochnon nascondono al Dadaismo svizzero essere stato un movimento artistico, ma di altro certamente lei nega, ma le riviste e manifesti Dada ci presentano il vero lato nascosto del movimento.
Hannah Hochnon, pur avendo fatto parte della direzione del Movimento, DADA, il fatto che non fece trapelare nulla sulle opere douchampiane ne deduce che ella fosse fuori dal gioco oppure legata da giuramento al silenzio. Saranno proprio gli spezzoni sparsi dei documentati rimasti tra le mani dei sopravvissuti a svelarci preoccupante quadro militare di DADA.
Arte anti borghese?
Come si fa a sostenere una tesi simile quando i vertici dadaisti erano figli della borghesia e che nella vita post bellica ricopriranno incarichi artistici di un mondo cosmopolita borghese vincente?
Se a causa del clima sconvolgente di Guerra cui i DADA hanno contribuito a costruire quel monopolio culturale, i loro messaggi subliminali attraverso le “letterine anonime” ritagliate e collage dispregiativi furono uno strumento mimetizzante obbligatorio e non geniale. Parlare d’arte tra i dadaisti è un obbligo monopolistico perché non di opere d’arte si tratta ma cimeli.
Il luogo ideale museale dei DADA è certamente il Museo dei cimeli di Guerra, in quel luogo assumono tutto il significato e valore dovuto.
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archivio Dada











NB: La profezia di Marduk è un testo “Vaticinium ex eventu” che descrive i viaggi della statua di culto di Marduk da Babilo-nia. Prima di Desert Storm, in Iraq, si festeggiò pubblicamente la “rievocazione mistica” del Dio Marduk in abiti antichi babilonesi e riti antichi propiziatori. Saddam, suo discendente, nel rito ebbe la certezza della vittoria e si cimentò in battaglia senza paura. Marduk nella sua profezia diceva che sarebbe tornato una seconda volta.