Picasso: Ordine della PIPA 1/2

ORDINE DELLA PIPA 1/2

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Per mettere in piedi la tresca nell’arte che ci porterà al Collezionismo Capitale odierno, bisognava attivare un meccanismo “promozionale” o pubblicitario  di vendita in perdita e di notevoli proporzioni iniziali. Picasso e banda del Bateau Lavoir , si avvalsero degli introiti da riciclare ricavati provenienti dal contrabbando  di confine tra i paesi Baschi e Francia, meccanismo brigante nel quale tessere proficue alleanze economiche fino  a impadronirsi della intera rete gestendola per anni. Come simbolo di appartenenza ad una cosca piuttosto che un altra, la Pipa divenne il simbolo di appartenenza alla cosca di contrabbandieri  cubisti.

La storia della “Pipa”, come di altri oggetti di appartenenza simbolica in altre cosche malavitose spagnole, era una tradizione tutta spagnola e che Alice Toklas accennerà su questa simbologia nelle sue “Autobiografie” scritte agli albori durante una visita guidata da Picasso in Spagna. La tradizionale simbologia oggettuali di appartenenza alle  cosche, sono ancora in uso oggigiorno, specie in italia. Non verranno accennate nello specifico da Alice Toklas  e Gertrude Stein nelle visite  guidate da Pablo Picasso in Spagna come in Italia meridionale,  simbologie malavitose presso tali cosche abbondava assai laddove avevano il controllo territoriali per pizzi e taglieggi. Il simbolo esposto era un monito che quell’esercizio era prottetto da una cosca piuttosto che da altra. Ma una traccia indelebile  presentata “distrattamente” da Alice Toklas. ci da modo di capire anche  le motivazione di quelle visite ai “Balletti”
Alice Toklas ci darà un altra sottile traccia significativa quando narra di Marcel Duchamp che presentò a Gertrude Stein il pittore italiano Giuseppe Stella, anche lui ebreo e figlio di “Notai” come Duchamp e molti altri capi delle Avanguardie, ma  almeno  il nostro Jo Stella, da buon italiano sapeva dipingere e anche bene, ma non sarà quella la sua arte di edificatore di “Quadri” in italia, ma negli Stati Uniti (N.Y.)

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Quando il Cubismo come organizzazione eversiva anteguerra (’14/18) attraversò un momento critico, grazie ad una rapida  metamorfosi politica Picasso farà sparire le proprie tracce in vista della Guerra Mondiale. Lo scettro della “Pipa” passerà, per volere della grande Finanza americana (Chicago) al Surrealista Salvador Dalì, e successivamente a Renè Magritte in quanto Dalì si rivelerà non essere all’altezza come organizzatore di “Quadri”, ma Gala ( la moglie russa terrà la contabilità del gruppo fino allo scioglimento del gruppo anarchico e socialista , decimato durante la guerra civile di Spagna. Dalì preferirà la vita mondana, il consumo di droghe a favore della ricerca pittorica complessa. Amedeo Modigliani ne verrà fuori disperato e sconfitto dalla guerra civile spagnola, tradito appunto dai cubisti passati sotto la bandiera di Franco.

La Pipa merita una nota dedicata, sia come ‘oggetto’ di riconoscimento d’appartenenza alla cosca designata, sia come simbolo riconoscimento picassiano quale “Capo Pipa”.

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Foto. Renè Magritte.

Questo “quadro” surrealista di Renè Magritte dal titolo “Questa non è una pipa”,  nella Storia dell’Arte è ancora  oggi un rompicapo intellettuale diventando un capolavoro capostipite delle correnti “Concettuali” che dagli anni ’50 in poi ne faranno la loro bandiera. Per quell’enigma, si scateneranno una serie infinita di “opere” facsimili ispirate da quella frase  enigmatica fuori luogo appartenente alla concettualità surrealista informale. La frase  fu inscritta inscritta nel quadro per altri motivi, ma ignari del significato fu adulata dai discendenti artisti “Concettuali”, diventando quel quadro la pietra miliare della concettualità per la propaganda pubblicitaria.
Di quel quadro “campione” si sono scritte fiumi e fiumi di parole squisite, osannandolo, divinizzandolo l’artista Magritte per diverse generazioni sia i critici che gli “artisti concettuali”. Il nuovo , il diverso nasce sepmre da un errore. Vediamolo.

PIPA: voce del verbo pipare.

Io pipo
Tu pipi
Egli pipa
Noi pipiamo
Voi pipate
Essi pipano.

Pipare cosa?
Hascisc, Oppio, Fumo, Polvere, Funghi o che altro?

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La lampe philosophique

A me spiace scoperchiare questa pentola del Diavolo che ha dato origine a una serie interminabili di equivoci artistici e problemi sociali in occidente (la droga); ma il nesso tra Droga-Arte, Droga-Economia, Droga-Religione, Droga-Guerra, Droga-Politica, Droga-Medicina, Droga-Psicologia o altro che sia stato intaccato dalle droghe, ci porta a scoprire che i fornitori di cocaina agli eserciti durante la Prima Guerra 1914/18 saranno agenti malavitosi infiltratisi nell’Arte, quindi  non facili da scoprire perché muniti di un tacito passaporto speciale  della Cultura, una licenza di follia dettata dagli atteggiamenti “strani” degli artisti dopati, ma scoprendo anche che l’Arte è l’unico archivio umano nel quale inconsciamente (o consciamente) gli artisti  riversato le proprie fantasie, mentre gli infiltrati riversano bugie. Ogni opera  delle Avanguardie del novecento francese, se tali  le vogliamo ancora chiamare opere,  svelano reati finanziari contro l’uomo ignaro e la loro storia infinita sempre fuori controllo.

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Il soggetto  Pipa fu un tema molto ripetuto da Picasso in quanto, tutti coloro che facevano parte della segreta e vasta rete organizzativa dei Cubisti di Barcellona, se esibivano un quadro di Picasso al muro con quel tema, erano referenti di provato giuramento, trovandosi davanti un “quadri logo” politico riconoscibili quale logo di fabbrica picassiano.
Tale quadro doveva essere di esclusiva pertinenza di un adepto giurato. Bastava un occhiata che subito tra gli adepti anche se sconosciuti tra loro, si apriva un intesa caratteriale, politica, religiosa, affaristica e bellica. La Pipa picassiana era un lasciapassare alle attività segrete dell’organizzazione.

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Anche quando dipingiamo Martiri, Sante e Vergini; Condottieri, Imperatori e Battaglie; Rivoluzioni, Caduti di guerra o Lussurie o un Cristo crocefisso, un Battista decapitato, un eroe sentenziato, è perché con l’Arte non si vuol dimenticare e, l’Arte stessa non vuole dimenticare, proteggendo l’opera in modo sacrale dalle disavventure, riportandoci alla mente i nostri reati anche se camuffati nell’intellettualismo onorato e di buona fede.

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Picasso che concetto aveva dell’Arte? Solo  produrre, produrre , produrre giornalmente “roba” in serie all’americana o produrre  artigianalmente “Roba” da smerciare come Arte per accalappiarsi i pingui guadagni dei Mercati mondiali? Geloso della sua invenzione non permise a nessuno del suo secolo entrare a far parte di quel monopolio da lui costruito.

Arte voleva dire per lui organizzare insurrezioni per un mondo nuovo da scoprire e quindi da inventare, oppure creare un modello monopolizzato da non cedere in futuro? Certamente per Picasso era tutto questo ed altro ancora nelle grande rivoluzione capitalista del nuovo secolo.

La Bellezza? Nulla centrava per lui. Si era in piena rivoluzione industriale, guerra tra eserciti e nel pieno delle brutalità umane.   Tutto si doveva vincere a tutti i costi, come afferma l’artista:“rubare e copiare”, l’importante era inventare, conquistare  e amministrare  coi propri adepti disciplinati e dipendenti, l’impero picassiano impostosi nel mondo dell’Arte con la brutalità di un “marrano” conquistatore.

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Le rivoluzioni segrete quando sono imminenti non permettono riflessioni, tutto deve essere preordinato con scrupolosità maniacale e militare, per poi eseguirle alla lettera i piani. Le varianti verranno dettate durante le battaglie da strateghi e complottismi comodi nel preordinare nuove mosse. Picasso era un Militare arruolato all’Alleanza e quindi dettava ordini ai suoi fratelli Cubisti, ordini da eseguire alla lettera  e bisogna farlo velocemente affinché  l’effetto shock a sorpresa funzionasse. La lezione guida e finanze veniva da lontano, dai Cosmopoliti Nord americani.

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Foto: Ufficiali nord americani (Cosmopoliti dell’ordine della Pipa) nella guerra civile d’America

Numero  120.000 opere catalogate, più altrettante in giro ancora da catalogare, quante opere fanno al giorno? Domanda legittima: Quanti dipendenti aveva Picasso? Chi erano i suoi agenti di riferimento in Europa e in America per la collocazione delle sue opere a fine di finanziamenti illeciti avuti in dalla stessa Gertrude Stein e fratello LEO Stein, fondi percepiti da Acciaierie americane, Università, Cotonifici e industrie belliche ‘pesanti ecc? Li, presso questi signori della guerra troveremo le cataste di quadri ammassati di Pablo Picasso e Enri Matisse, agenti segreti in Europa.

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Foto: Daniel-Heinrich Kahnweiler


A reggere il gioco internazionale e in tanti anni per Picasso ci vorrà un soggetto pragmatico come il tedesco cosmopolita  Daniel-Heinrich Kahnweiler che gli starà vicino tutta la vita. Nel dopo guerra ’18 sarà il suo mercante d’arte di riferimento e di tutti i cubisti in generale fino alla vecchiaia, vestendoli, nutrendoli , sostenendoli.
Daniel Kahnweiler fu il loro “Alto Ufficiale”.


Nei momenti di tranquillità Pablo Picasso amava adunare ed ascoltare le imprese belliche di dei suoi reduci cubisti, combattenti volontari nella Grande Guerra del 1914/18. Che ci facevano i cubisti armati e volontari fuori confine e combattere per chi?

Forse ciò che si sostiene fin dal principio comincia a prendere forma: le Avanguardie artistiche del ‘900 se indagate a fondo aggredirono con tracotanza l’Arte, un “bene comune” atto  alla crescita spirituale  della società, maltrattandola  male, come bestia da soma,  riducendola a “Cosa e Roba” da vendere al Mercato del bestiame, o qualsivoglia sotto forma di , roba da usare per fini capitalistici od egemonici non artistici.
Perché?

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(Cubismo e Picasso)
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Duchamp: L’Aviazione americana

Marcel Duchamp, artista concettuale, chi lo ha nominato tale e perché?

Partiamo da un immagine inquietante di inizio secolo quando credevamo che L’Arte moderna fosse una sorta di ricreazione ludica o idilliaca di una serie di artisti borghesi svalvolati che, dietro la loro originalità “creativa”, manifestassero forme di genialità che andasse oltre l’arte stessa. La prima immagine (foto a sinistra) sinistra ci presenta Duchamp ancora giovane con in testa una “strana idea”.

600full-marcel-duchampLa prima immagine ci presenta Marcel Duchamp ancora relativamente giovane con in testa quella “strana idea” dissacrante sulla bellezza d’Arte e in linea con la “Brutta Arte” picassiana allora in voga.
La seconda immagine (foto a destra) ci ripresenta Marcel Duchamp più maturo negli anni con in testa ancora la stessa “strana idea” ma consolidata. Cosa voleva comunicare o significare l’artista con quella performance scolpita nel taglio dei capelli?    1bc84c62e806ddae1405c6df88fb4455

La seconda immagine (foto a destra)  ripresenta Marcel Duchamp più maturo negli anni con in testa la stessa “strana idea”  consolidata. Cosa voleva comunicare o significare l’artista con quella performance scolpita nel taglio dei capelli?

Abbiamo visto nella pagina a lui dedicata: macina caffè , le prime avvisaglie di ciò che verranno citate  quali future accuse imputategli in materia di “delitti contro l’umanità” e che ci conducono verso quel “vicolo cieco” della vita di Marcel Duchamp e artisti associati, analisi trascurata nella Critica dell’Arte per due motivi non poco trascurabili:

  1.  L’ingenuità della Critica primitiva sorta negli eventi “artistici” di quegli anni per aiutare la  manipolazione dei gusti d’arte  osannandoli  quali “nuovi cadetti” della rivoluzionaria accademia in materia di Arte Concettuale.

  1. Una critica artistica sviante dettata dai superiori militari che hanno inscenato la caduta della Germania del Kaiser nella seconda guerra mondiale spingendo questo stato contro la Russia politica URSS.

Al punto uno, la Critica è scusabile in quanto il peccato di ingenuità gli accomoda una soluzione salvifica in quanto trattasi di peccato veniale commesso in buona fede o, cattiva fede in quanto, allineata la crotica alla dissacrazione artistica strategica; (vedi la conferenza ” Un orinatoio diventa arte: La Fontana di Marcel Duchamp” tenuta dal Docente della Cattedra di Verona il Professore Valerio Terraroli  in data 5 marzo 2015 a Genova) YOUTUBE :   https://www.youtube.com/watch?v=TgjvW2zENz0
dove l’ingenua onestà intellettuale del professore è imbarazzante, ma che ci fa capire quanto in profondità la censura art8istica su Marcel Duchamp si sia spinta frastornando l’oratore stesso in quella onesta dichiarazione di insolvibilità dell’Enigma per non avere la “chiave interpretativa ” sulla lettura dell’opera duchampiana, sottolineando inoltre che, “nessuno ha la chiave interpretativa” del maestro Marcel Duchamp. Per bontà sua il Prof. V. Terraroli, ci prova a formulare una chiave di lettura delle opere per renderle credibile, faticando non poco in quanto disorientato dai troppi enigmi presenti non  risolti.

Il prof. V. Terraroli, procede per deduzioni mettendoci a disposizione il suo sapere in materia di concettualità annaspando non poco in quanto, i testimoni oculari storici di allora (artisti) durante la guerra del 45 se la sono difilata  tra omicidi , suicidi, internamenti psichiatrici, conversioni religiose e cedimenti ideologici sfavorevoli privi di  speculazioni sotterranee economiche gratificanti che il Mercato d’Arte aveva  attivato prima della seconda guerra mondiale e nascondere i propri reati.

Domanda: Esiste la chiave di lettura duchampiana?
Certamente si, ed è affossata nella palude della Storia e nelle immagini dell’arte moderna. Tale chiave vi verrà presentata chiamando in causa le Avanguardie.

Il punto due è inquietante. Esso rivela i reati attribuibili a chi Cosmopolita e animatore degli eventi bellici del secolo novecento, ha censurato da vittorioso la Storia dell’Arte; censurato fatti ed omissioni con silenzi e dinieghi prolungati. (vedi Man Ray, Dadaisti,  Cubisti, Futuristi  Surrealisti ecc. come anche gli intellettuali nelle vesti di cortigiani dell’Arte (Critici ed intellettuali). Gli artisti, rileggendoli,  si riveleranno spietati strateghi militari le cui responsabilità della seconda guerra gli calzano addosso come toghe reali.

Tornado al taglio scolpito dei capelli di Marcel Duchamp, che cosa voleva realmente rappresentare l’artista? Vediamolo.

La proprietà di un copy right.

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Abbiamo affermato nelle pagine trascorse  dedicategli che, le responsabilità politico militare delle tre disastrose guerre del novecento, essere attribuibili ai Cosmopoliti. I Cosmopoliti sono una sorta di organizzazione mondiale di stampo Massonico che, non solo ha governato gli umori bellici della Storia del Novecento ma anche quelli dell’Ottocento, Settecento , Seicento, Cinquecento ecc. come anche la stessa scoperta delle Americhe. Questa affermazione, per uno storico non è dietrologia spicciola, mentre lo è per chi ignaro si cimenta in Storia senza aver presente gli schemi e gli ordini religiosi e sociali animatori.

Verità o Realtà.
La ricerca della ” Verità” scatta nel momento in cui si è in presenza di una menzogna, altrimenti la parola Verità non ha ragione di essere. Quindi la Verità mette in moto un meccanismo di ricerca verso la  “Realtà” dei fatti per come sono accaduti e non per come ci hanno giurato essere andati. La formuletta magica dal Giudice al teste: “Giuri di dire la Verità, soltanto la Verità, nient’altro che la Verità” , il Giudice americano obbliga il teste a posizionare la mano sulla Bibbia perché, egli sa, in base all’esperienza che,  i menzogneri e bugiardi sono infiniti tra gli umani. Il giuramento non serve per abbreviare i tempi processuali, ma far si che nessuno si beffi da infingardo della Giustizia e se colto in fragrante, alla pena viene aggiunta anche la falsa testimonianza e spergiuro in offesa alla Corte.
Se non soddisfatto della Verità presentata dai teste emergendo di fatto della contraddizioni, il Giudice chiede ad un Istituto esterno di indagine,  di preparargli una “ricostruzione” sulla Fatti Reali veramente accaduti. Il Giudice sollecita l’investigatore ad utilizzare tutti i mezzi disponibili atti al normale svolgimento delle mansioni condannando i rei spergiuri di falsa testimonianza.

Nello sviluppo delle indagini scopriamo che:

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quel taglio scolpito è presente anche 20 anni dopo la performance di duchampiana in diversi prigionieri di guerra come appartenenti allo stesso Ordine Massonico del Maestro Marcel Duchamp. Chi sono questi prigionieri? Che ci fanno nei lager  tedeschi e francesi di estrema destra? Sono forse ex artisti dadaisti o personale facente parte dell’aeronautica franco americana fatti prigionieri? Poiché le loro radici insurrezionali sono prebelliche che responsabilità hanno avuto nella conduzione della  Storia?

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Che idea aveva in testa Marcel Duchamp e cosa voleva comunicare ai suoi sottoposti militari o militanti Cosmopoliti nascondendo quel messaggio criptato dentro l’Arte?
Alchimia? no!; Magia? neanche!; Esoterismo? no!; Spiritismo? nemmeno! Niente di tutto ciò. Egli ci comunica che da quel momento, da agente militare Franco/giacobino e Cosmopolita , avrebbe fatto parte con pieni poteri, alla prestigiosa Aviazione Militare Americana. (Air Force) agli ordini del Nuovo Ordine Mondiale d’Occidente.

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Chi ha disegnato quel Logo, quando e in che anno?
Diversi indici nelle sue opere ed operato   portano Duchamp verso l’aeronautica. Egli si trasferì in America ancor prima della Guerra 1914/18  per diventare poi residente fisso. In America lo vedremo aggirarsi tra i cosmopoliti residenti di origine tedesco russo ed europei presenti in tutte le compagini politico commerciali ed industriali americane, tutti interessati alla rivoluzione borghese capitalista per annettersi l’Europa. Gli artisti  che  collaborarono  alla piattaforma intellettuale strategico militare per le  future scorribande europee, vedrà Duchamp promotore di capitali in spostamento per finanziamenti occulti, mentre con DADA e associati vari dell’avanguardia, lo spostamento dell’opinione pubblica utilizzando tutti in coro “le Armi di Distrazione di Massa” quali: le radio, l’arte, la letteratura, teatro e cinema che unite formano la politica di “propaganda”, sviluppando ulteriormente la Propaganda dai Media.

Chi sono questi agenti?
Sono gli intellettuali eversivi presenti nei corpi militari dei vari stati, sono quei nomi di spicco che hanno condizionato la cultura del novecento rendendola emicranica e materialista.
La Radio, quando divenne il  Media preferito dei Regimi di Stato, preparò le future teste d’assalto popolari (radiocomandate) indirizzandole verso una “guerra santa” ai danni della Russia Comunista. (preparazione prebellica)
Le Radio squarceranno gli scenari programmatici e li chiuderanno nelle seguenti date: 1° settembre 1939, Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania, e il 2 settembre 1945, data in cui l’atomica sancisce la resa del Giappone e la fine dei conflitti mondiali.

Il periodo che precedette la Seconda Guerra Mondiale sarà un ventennio fortemente concitato e rapido di sviluppi scientifici . Tutta la Storia “artistica” di  Duchamp (ready made) di quegli anni sarà improntata sulla criptazione e decriptazione di messaggi bellici in codice,  piattaforma rotante saturniana per il controllo geopolitico cosmopolita del pianeta Terra rivoluzione ancora in atto per l’incapacità di condurre a termine il programma del Convegno di Basilea (29-31 agosto 1897) , ritardo  dovuto alle forti resistenze ed opposizione incontrate in quel loro modello coloniale e imperialista non condiviso da molti  stati.

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Foto: roulette NATO (fondazione)

Chi fu veramente Marcel Duchamp e quale ruolo ebbe in America da superare con raccomandazione Nato le interrogazioni del super Ispettore John Edgar Hoover?

Le indagini proseguono.


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Wislawa Szymborska: Nobel Poetessa Polacca

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La poesia non è subdola cospirazione. Qui presentiamo l’analisi successa per caso  di una poetessa che tale si spacciava durante  nella sua funzione “agente” di tessitrice di trame e scoprire la sua natura mediorientale assassina.

Come si analizza una poesia presentata come tale scovandola essere una  non poesia? Vediamola.

C’è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.
A volte un pò lo invidio
per fortuna mi passa.

Wisława Szymborska


La realtà secondo Wislawa Szymborska.

Il conduttore della rubrica Pòèsis in FaceBooke azzarda una “recensione” su questa  poesia della poetessa Wislawa e non mi trova d’accorso se non come fonte informativa generica sulla attività eversiva della “poetessa” come anche sull’interpretazione personale letteraria e non poetica della poesia stessa. La recensione assume anche il tono di analisi senza critica poetica, in quanto, questa poesia è un passaggio storico epocale della “rivoluzione colorata ” Sollidarnosch, in Polonia, prima rivoluzione reazionaria diretta dall’agenzia eversiba “Casa delle Libertà”. centrale politica. con sede negli Stati Uniti, già nota dal 1905. Leggiamome i passi e, a seguire, la risposta  in merito. A fondo pagina l’osservazione politica sulla poetessa e il suo operato da parte di Enea Anchise critico.

Wisława Szymborska è stata  una delle più illustri poetesse del 900′, tanto da ottenere il premio Nobel nel 1996 nonché una delle più insigni e rappresentative della sua terra, la Polonia. Nasce a Kòrnik, un piccolo paese della Polonia centrale nel 1923, all’età di otto anni, assieme alla famiglia si trasferisce a Cracovia, città che le rimarrà impressa per la vita. Riesce a sfuggire alla deportazione in Germania, e riesce a compiere studi seppure irregolari in Polonia.

Wislawa comincia a pubblicare i suoi lavori nel dopoguerra e incontra le prime difficoltà con la censura socialista dell’epoca, a cui aderisce e in cui si impegna politicamente fino al 66′. Nella sua vita, pubblica opere di notevole importanza artistica e che riscossero anche un grande successo come ad esempio “Dwukropek “(Due punti) datato 2005, che ne fanno un autrice imperdibile per qualunque appassionato di letteratura.

La poetica di Wislawa viene spesso riassunta in poche parole: stupore, ironia, fremito e meraviglia. Inoltre nelle sue poesie è facile scovare nel linguaggio semplice e diretto, temi di carattere filosofico-esistenziale, che toccano l’umanità in ogni aspetto, collettivo o personale, facendo della poesia di Wislawa una delle più umane di questo secolo, perché comunica a tutti e comunica di tutti.

“C’è chi” è una poesia della raccolta postuma Basta così, la quale si presenta come una meditazione sul carattere assolutista del determinismo e sulla pressante voglia di stilizzare e definire tutte le cose univocamente; volendo effettuare un parallelo con un altro autore del 900′, C’è chi si presenta come un’osservazione sagace sulla realtà dell’umanità come Io temo tanto la parola degli uomini di Rilke. In effetti le due poesie hanno in comune la stessa febbre e rabbia, ovvero la prepotenza degli uomini che credono di poter decidere del mondo o che credono di dover sapere come esso sia stato deciso. Ovviamente i testi nelle idee e nelle espressioni, oltre che nel fine si discostano notevolmente.
L presentatore e critico della Poetessa Wislawa, ad un certo punto pensa di interpretare a modo suo i concetti allineati grammaticamente e i suggerimenti che la poetessa dà e fa sul soggetto criticato, aggiungendo personali pareri che sviano il senso delle parole nascondendo il fatto che di poesia non si tratta ma di un “rapporto militare” di controspionaggio.

C’è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

La poesia comincia con un ritratto freddo e preciso. La persona o meglio l’atteggiamento di cui si parla è un atteggiamento solenne, apparentemente di libertà e di altissima risonanza interiore, è un atteggiamento di pregevole sicurezza, perché ogni cosa è al suo posto e tutto è in ordine, sembra quasi un idillio nell’odierna società divora-uomini, trovarsi a provare queste cose.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

La capacità e la forza di questo “uomo” è anche futura oltre che pregressa, non ha problemi ad adattarsi alle più svariate situazioni.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Il superfluo viene gettato via, come in una macchina perfetta, creata appositamente, e le verità non sono discutibili, non possono essere smentite e le persone ignote o quelle da non ricordare vengono sistematicamente eliminate, ma sempre con ordine.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

La poetessa ora comincia a delineare qual’è la debolezza di questo atteggiamento. La persona in questione pensa quel tanto che serve a non smentirsi da solo perché sa bene che la sua vita è vuota. In questo atteggiamento si svela la sua profonda fragilità: ella non può pensare, perché il pensiero diverrebbe il canale della verità e del risveglio, mentre ella preferisce un torpore onesto che dà una sottile gioia di ozio e la sottomissione a uno stile di vita assoluto e non vario, fisso e non variabile.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

Questa persona opera un ragionamento lucido e distaccato, sa che dovrà morire e come dovrà andarsene. Non teme la morte perché la pensa come una porta obbligatoria e non la contempla più di quel che è, il licenziamento dalla vita.

A volte un po’ lo invidio
– per fortuna mi passa.

In questi ultimi versi la poesia di Wiaslawa si carica di un giudizio solenne e ironico, il marchio della poetessa, che diventa derisione e insieme canto di rivendicazione per la propria vita.
Tutta la sicurezza, la freddezza e la preparazione metodica al mondo, fanno di questa fantomatica persona l’ideale di uomo da seguire, per il coraggio che mostra ma che in fondo non sa cosa sia, per la vita che vive ma non possiede e per la sua risolutezza assoluta.

Ed è proprio qui che l’autrice polacca prende le distanze, ella preferisce il dubbio all’assolutismo che è sempre vuoto e insipido di conoscenza. Preferisce avere qualche ripensamento, tremare alla vista della morte, rimpiangere gli amici persi, preferisce vivere. E quando si ricorda di questo, ella ricorda che c’è chi, semplicemente non vive. E il giudizio che la poetessa da a queste persone è feroce: per fortuna mi passa, per fortuna non sono come loro.

Si presentano dunque due casi distinti ed un ammonimento. La distinzione è operata tra chi vive sopravvivendo e chi sopravvive vivendo. La poetessa critica aspramente i primi, infatti essi cercheranno sempre di trovare via di fuga al dolore, per il loro mestiere assoluto di sopravvivere e li critica nei comportamenti e nella paura, nel rifugio alla cieca certezza e nel vendersi ad un assolutismo che non muta. Mentre i secondi invece vivranno il dubbio perché esso è insito nella vita stessa degli uomini e ne rende tutte le cose più vive, perché essi vivono come tesi tra due estremi inconciliabili e seppure appariranno più turbati, più preoccupati e apparentemente meno felici, essi saranno i più vivi e saranno coloro che quando sapranno rispondere, quando avranno i metodi, sarà perché hanno cercato la risposta e non perché l’avranno solo accettata.

 

Risposta di Enea.Anchise:

Il Filosofo non è Poeta, ma il filosofo che scrive i propri pensieri allineati con spazi e gli “a capo” che facilitano il respiro lettore, evita solo la virgola. Nulla a che vedere con la poesia, ma scritto, inscritto, nella concettualità filosofica, quella si.
Il poeta non fa filosofia, retorica o politica; il poeta indaga e muove gli spetri non i solidi come fa il filosofo dietro i quali nasonde o scopre altri solidi a piacimento di condotta.

Il Premio Nobel è un premio etnico e la poetessa è stata premia dalla sua etnia per quei servizi e disegni eversivi Cosmopoliti di cui ella è  Agente.
Agente s’intende colui o colei che agita le masse per conto di …quindi agente sta per agire, agitatore, agitatrice. Ecco perché non è poesia la sua ma politica eversiva.
Il 1996 è un anno importante sul processo decennale per l’abbattimento dell’URSS. I militi Cosmopoli “Nobiliani”, l’hanno voluta premiare da Agente a Comandante responsabile depositandole un assegno di 500 milioni di Lire in premio (o rimborso), e, in Polonia in quegli anni erano dei bei soldoni.

Risposta a Poesis: “Caro collega Poeta, se rileggi la poesia “C’è chi” e pensi al “burocrate” che ella osserva per comunicare alla centrale le abitudini e le funzioni di stato di un impiegato o dirigente da scalzare, tutto ciò non è una bella poesia ma una insana “soffiata politica”. Una volta liquidati i dipendenti dello Stato e conquistato (POLONIA comunista) ecco le sue parole prendere forma di “agente spia anticomunista” per un processo indolore di conquista curato devotamente.

E quando è licenziato dalla vita, (uccisio?)
lascia la postazione
dalla porta prescritta.”


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Enea: Poesia Cosmica n.1

logo enea

Intingolo bianco

L’intimo o intimità, è un luogo prettamente
personale velato di pudori che amiamo
in quanto
cripta poetica ove le pulsioni
in moto ci traslano nell’immaginario
con soave potenza suadente.

Eppure riuscite bene nei verbi:
così il sapiente ama vagabondare
come gli stalloni eruditi su piste ove
furono condannati a morire con voi
in battaglie di lance e spade taglienti.

Narrate o intinte piume calamaie
poemi lucenti insanguinati. Orsù!
Testimone, canta ai bianchi crini
la via indicata da Pegaso Alato,
l’intrepido Unicorno reciso dal Cielo
per ciò che rivelò alle Arpe segrete
gli incantesimi i da non rivelare.


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Enea archivio

 

Gertrude Stein: Ritratto di Picasso

Il Pittore visto con gli occhi dalla modella.

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Come scriverà Gertude Stein nella biografia intitolata: “Picasso” (ed. Adelphi): “Picasso, dicevo, torna a Parigi dopo che il periodo Blu della Spagna era passato, 1904; dopo che il periodo rosa della Francia era passato, 1905; dopo che il periodo Nero era passato, 1907; torna a Parigi avendo nelle mani l’inizio del suo cubismo, 1906. Era venuto il momento.”

Foto: Getrude Stein, Parigi 1904

Clima politico.
Siamo nel 1906  a Parigi, “i colori sono molto costosi” dicevano: “non ce li possiamo permettere”  e utilizzavano quel poco che bastava per fare apparire un immagine, un quadro. Indagando si scoprirà che ciò non era vero, il motivo era un altro, era religioso.

Da qui partono le indagini sull’ereditiera americana Gertrude Stein e Pablo Picasso.

Gertrude Stein nasce in Allegheny, 3 febbraio 1874, Pennsylvania, città americana industriale nota per i suoi laminatoi e le acciaierie. Sull’origine della fortuna economica  di famiglia Stein, poco si sa se non che il padre dirigesse in città una linea tranviaria di proprietà. Nell’universo letterario dell’arte poco si sa di lui , qualcosa verrebbe fuori dai testi teatrali scritti da Gertrude, ma non essendo egli pertinente alla storia dell’Arte la figura paterna passerà in secondo piano anche se, come figura politica e che abbia determinato la costruzione del carattere di Gertrude,  sapere qualcosa in più di lui risolverebbe certi aspetti politici avvenuti in Bruxelles, città chiave di lettura degli avvenimenti politici europei e dell’universo delle Avanguardie, ma soprattutto del perché Bruxelles  è stata al centro di grandi eventi storici succeduti in Europa per diversi secoli.

I fratelli Stein sono cinque, tre maschi, lei e la sorella Berta. Quelli che  arrivano a Parigi nel 1904 via Londra sono Leo e Gertrude, attorno ai quali, ruota la storia dell’Arte delle Avanguardie dei primi ‘900. Dovendo gli Stein  distribuire a Montmartre una discreta somma di danaro come “aiuti umanitari” della Comunità ebraica americana alla Comunità ebraica europea caduta in disgrazia durante i motti in Russi 1905, Gertrude Stein, dopo essersi guardata intorno a Parigi, puntò gli occhi su in certo Pablo Picasso, pittore chiacchierato,  per meglio sondarlo da vicino, e se il caso d’ingaggiarlo per ulteriori piani eversivi futuri.

picasso

Gertrude seppe di Lui da un uomo della “Centrale” e volendo sondare sulle acclamate capacità sovversive, organizzative ed intellettuali, lo volle avvicinare. Perché scelse Pablo Picasso e non altri artisti contemporanei più noti e più bravi di lui?

Fiuto di donna?
No! Gertrude Stein seppe dai suoi informatori di un certo  Pablo Picasso da contattare quale piccolo capo banda di un gruppo di manigoldi e truffatori rigorosamente ebreo-artisti che si animavano nella illegalità di Montmartre per campare ed imporsi. La sua  Centrale Ebraica stava creando piccole gang  locali in Parigi (città cosmopolita), per la ricostruzione di gruppi dal forte carattere spregiudicato per  imprese ardite a cui affidare la gestione di merce illegale proveniente via Spagna dalle Americhe. Ma essendo la Spagna da poco vittima perdente nella guerra di Cuba contro la marina USA, nessun spagnolo amava dare servizi agli americani e Gertrude era americana e quindi doveva avvicinarsi al giovane Pablo Picasso in modo soft per conquistarlo quale futuro interlocutore ambizioso per compenetrare il sistema finanziario spagnolo e francese; insomma, doveva farselo amico e trasformarlo in spia americana. Pablo Picasso poteva essere la chiave di volta per intraprendere l’impresa che Gertrude Stein  aveva in testa.

La presenza di una giovane donna disinibita per un “contatto” difficile iniziale si prestava come l’unica occasione possibile per lei, e poiché Picasso presentava le caratteristiche di macho spagnolo, l’occasione sensuale si sa, fa l’uomo amante. Si trattava di dargli in seguito una licenza di agente  particolare con forte copertura politico/militare, licenza da concedere sulla fiducia “imprenditoriale” ad un arrivista, parola ancora poco in uso nella Francia di inizio secolo.
Tale licenza, se ben gestita, poteva creargli un discreto indotto iniziale sanando l’economia disastrata della sua piccola Comunità di Montmartre. Il progetto era di avere un agente  per poi usarlo, come  fecero gli americani in passato con Claude Monet, in veste di “Ambasciatore” occulto tra i giapponesi, ma Monet era arrivato al suo tramonto e andava sostituito, diventando Picasso “l’artista” attraverso il quale far entrare in Francia un cospicuo capitale  illegale da giostrare internamente a fini insurrezionali, diventando Picasso e il suo gruppo di fuoco, la possibile Centrale antagonista da mettere in concorrenza a Enri Matisse, oramai totalmente assorbito nella preparazione di agenti internazionali nei sotterranei della sua Accademia di belle Arti, per riorganizzare intrighi in Russi, Giappone e Usa, atti alla preparazione della prima Guerra Mondiale.

 Per onestà intellettuale una cosa va sottolineata ed è che, nella religione ebraica il danaro non ha la funzione di ricchezza personale come in genere si crede, esso va reinvestito per la conquista del mondo in quanto, tale Capitale non appartiene al singolo individuo ebreo, ma alla intera comunità che si autofinanzia attraverso il risparmio dei fedeli portandola fino all’estremo cavilloso risultato. Tale risparmio è frainteso come “avarizia ebraica”, ma che avarizia non è in quanto, è orgoglio individuale apportare il massimo risparmio personale nelle cassa della Comunità  . La “Proprietà Privata” è il meccanismo attraverso il quale essi possono “amministrare e governare” gli stati conquistati. Il modello promosso è il Capitalismo e quindi i partecipanti sono tutti associati rigorosamente al registro delle quote individuali che ne determina il diritto decisionale sulle singole azioni politiche nel mondo e i rispettivi futuri guadagni. Insomma, la Comunità ebraica è di fatto una S.p.A Multinazionale e quindi non politica come la intendiamo noi  ma Cosmopolitica, senza confini. 

Chi alla signorina Gertrude Stein aveva segnalato Pablo Picasso? Il suo fiuto? Macché!

Le indagini ci porteranno al “Poeta Innominato ”, che dall’interno dell’Intendenza di Finanza di Francia seguiva scrupolosamente gli spostamenti delle banconote numerate che transitavano illegalmente tra Spagna, Francia, Inghilterra e America. Altri all’interno dell’Intendenza seguiranno miriadi di conteggi, canali e canaletti cosmopoliti; questi sono gli impiegati “ombra” che formano un esercito sociale esterno ma anche interno allo stato cui appartengono.

Gertrude Stein super agente,  attuò il suo piano: incontrare presso il noto mercante d’arte Vollard quel tale Picasso  commissionargli “casualmente” un propino ritratto pagandolo bene. Picasso sentito la cifra accettò immediatamente. Quel giorno, nello studio di Montmartre, i due giocatori d’azzardo si affrontarono. I due caratteri mastini si saranno  squadrati e, per due tipi del genere basta un occhiata o l’odore del sudore per capire chi hanno davanti. Accordata la sostanziosa somma di partenza, la scelta del soggetto lo impose la nostra super tarantola. Gertrude  si  presentò dal pittore vestita di scuro, imponendolo di propria volontà, il colore marrone predominante: “Lo voglio bi-cromo. Prendere o lasciare”.

Prima di iniziare: Mi parli di lei …” disse Picasso.

Ella accettò, fissandolo negli occhi come chi giovane intraprendente americana non abbassa mai lo sguardo davanti a nessuno, e cominciò con un racconto enigmatico: parlava di aver incontrato a Bruxelles in piazza: una bambina mentre giocava, sui 12 anni circa, con le trecce, “vestita di marrone” e che alla domanda rivoltale,  la bimba rispose che stava giocando a imitare il padre che era morto. Quella bambina era Gertrude Stein.

“BRUXELLES?” annui Picasso…

Pablo Picasso intuì subito il grosso “calibro” che aveva davanti e cominciò il ritratto. E lei?
Lei spiegava, si spiegava e lo interrogava,  e lo ascoltava, spiegandosi reciprocamente  tra le pieghe e sottintesi … “Bruxelles?..”  Eravamo all’ inizio ventesimo secolo…

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Pablo aderì al progetto Cosmopolita con tutti i rischi e le “prospettive”  presentate. Picasso cancellò il volto del ritratto e si recò immediatamente a Gòsol in Spagna. Li incontrerà chi doveva, ricevendo e impartendo nuovi  ordini alla sua organizzazione di contrabbandieri diretti da cosmopoliti di Barcellona i futuri “Cubisti” . Tornato a Parigi, senza la presenza della modella, Picasso portò a termine il volto del ritratto facendolo pervenire finito. Come buon augurio le aveva dipinto il volto come sarebbe stato 25 anni dopo.” se non le assomiglia” – ripeteva agli amici scherzosi – “Le assomiglierà“. Picasso su ciò non sbagliò affatto. Lei, di quel quadro sosterrà sempre: “sono io” e lo amò.

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l costo dell’opera fu di zero franchi francesi. I giorni di posa 93. Picasso del quadro gliene fece dono. Il patto Gertrude Stein / Pablo Picasso andò a buon fine. Picasso fu arruolato nell’Alleanza. La loro amicizia durò fino alla morte di lei.

l’indagine continua


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(Gertrude Stein)

NO FRIGO

NO FRIGO

Eliminata  la TV di casa, cominciai a guardare in strano modo il frigorifero…

Non fu facile licenziarlo dalla sua mansione, impiegai parecchi mesi. Come HALL in 2001 Odissea nello Spazio, cominciai un po’ alla volta a disattivarlo. Lui stava lì immobile a conservare cibi che regolarmente scadevano alla data prestabilita.

Vivere senza una compagna in casa o senza una compagnia il frigo comincia ad essere sempre meno utile, insomma,  come la Televisione. Ogni volta che lo aprivo mi dicevo “Cavolo! devo prendere il latte, il formaggio grattugiato, la carne ecc..” gettando via tutti cibi prossimi alla scadenza. M’accorsi che comperavo troppo cibo per niente, e che avrei dovuto buttarlo o regalare alla vicina. Imparai a  diminuire gradualmente la spesa fino quasi all’estinzione, rimanendo: 1/2 litro di latte, 2/3 birre, la scatola dei formaggi con dentro una sola qualità, uova, il un barattolo di marmellata iniziato e mai finito, il tubetto di pasta d’acciuga, piccole conserve rosse e tanto spazio vuoto. Il frigo cominciava ad essere più grande del fabbisogno e quindi raffreddavo tanta aria per niente. Meditai per l’acquisto di uno più piccolo, ma mi conveniva aspettare l’evoluzione della situazione.

L’uomo,  quando vive solo ha dei comportamenti strani, comportamenti essenziali.

Un giorno cercai gli occhiali chiedendomi: “Come fanno a sparire gli occhiali in una casa dove vivo solo io” arrabattando alla ricerca qua e la, ovunque. Niente. Niente da fare. Una settimana dopo, controllando le cose scadute nel frigo, notai che il  latte diventato yogurt  stava beatamente in compagnia dei miei occhiali. Diciamocelo, insieme stavano veramente bene come gli innamorati. Il latte, assumeva un atteggiamento intellettuale con gli occhiali. Occhiali e latte avevano fatto amicizia.  Da quel giorno imparai a lasciare gli occhiali di scorta nel frigo in compagnia del latte e barattolini vari, ma aggiunsi le chiavi di scorta dell’auto, del box e la sordina della tromba,

Oggi a distanza di tempo il frigo è spento. Nel vano frigo è diventato l’armadietto per tutte le cianfrusaglie che si aggiravano sparse per casa prive di una collocazione. Finito i surgelati della paratia bassa,  ci ho messo anche due paia di scarpe, una sciarpa, altri libri ancora in fase di lettura, la piccola cassetta degli attrezzi e della frutta di gommapiuma  in memoria dei bei tempi.

La cassettiera del freezer oggi si è trasformata armadietto delle scarpe ordinarie, lucidate a nuovo.

La foto parla da sè.

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Non vi dico la faccia di mia sorella Ivonne quando, venuta per le pulizie, aperto il frigo.. “Hei fratello, come va?” guardandomi perplessa:  “Stai bene vero?”.

In sei mesi avevo vinto la mia battaglia contro il frigo superando la torrida estate senza bibite fresche imparando a bere a temperatura ambiente, dissetandomi ugualmente. In caso di astinenza o eccesso di calura, la barista sotto casa mi serve ciò che desidero. Il frigo, le bibite e gelati, li ha lei e rincarati di tassa sui frigo che gli esercenti pagano ogni anno allo Stato.

Cambio di alimentazione 

IL CIBO NELL'ARTE CAPOLAVORI DAL '600 A WARHOL

Senza frigo ho scoprerto la cucina rinascimentale, quindi: legumi vari, insalate, verdure, frutta, polenta, pasta,  riso, ecc. rigorosamente acquistati freschi. Ciò vale anche per tutti quei cibi companatici di taglio fresco acquistati sui banconi al mercato.
Per chi vive senza frigo, in cucina deve prestare molta attenzione alle dosi in quanto, se dovesse avanzare qualche porzione si rischia di ripetere a sera lo stesso pranzo, altrimenti, per evitare la scadenza di cibo programmato fresco, dovrà buttare via tutto. In tal modo ho capito finalmente in cosa consiste la “dose” consigliata nelle ricette culinarie. Prima invece no, cucinavo a casaccio senza proporzione mettendo gli avanzi cotti, dentro in frigo o in pattumiera

A tavola nel Rinascimento | Italia Travel World
Più lusso che cena

Oggi di spesa ne faccio “quanto serve” e ogni giorno prendo solo l’essenziale, tanto il frigo come i prodotti alimentari sempre freschi ce li hanno i negozi.

Pensavo: “Perché avere un frigo quando con la merce fresca la pago già tassata di frigo, tassa che i supermercati versano allo Stato italiano ogni anno?”

Si trattava di cambiare il proprio modello di vita. Parlandone con la figlia mi rispose che, anche Fabio (il suo compagno di vita)  nel frigorifero tiene solo l’essenziale. La cosa mi rallegrò tanto. Non ero il solo cittadino milanese rinsavito.

Spensi definitivamente il Frigo.

L’avventura continua: Lo vedete affianco al frigo in alto quell’oggetto strano? è una lampada solare autonoma. Sto pensando di iniziare la mia battaglia per un mondo migliore.

La Vincerò!.. lo so.


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NO TV – no televisione

Bene!

Questo è il mio primo articolo.

Ho una testa particolare, credo diversa della altre in quanto sono finito a vivere in una casa che ho modificato e che funziona oggi a 12 & 5 Volt. Sì avete capito bene: a 5 volt contro i vostri 220V di normale amministrazione.

La scelta di vivere a 5 volt è nata dopo una serie di meditazioni serali davanti alla televisione chiedendomi: “ma perché mi devo distruggere in questo modo? Che colpe ho commesso? Non è stata mia la scelta questa macchina infernale delle mille illusioni, mille allusioni, asociale, schizofrenica, strampalata che non sta mai zitta neanche se la spegni”. Continua la trasmettere anche da spenta quando vado a dormire disturbandomi la vicina l’ascesa nel mondo di Morfeo.

Eppure l’oggetto davanti a me è bello; schermo piatto, ampio, buona marca, telecomando digitale, oggetto ereditato dalla mia ex moglie.

Premetto, che, come telespettatore, “ero un poco di buono” fin da piccolo, non stavo mai fermo, disturbavo i telespettatori. Da grande, in passato, a sera preferivo leggere gli spartiti musicali e suonare qualche strumento musicale, mentre lei, con le cuffie, si emozionava tutta: rideva, piangeva, scalpitava, s’agitava e appena avevo bisogno di lei, prontamente emetteva il sibilo minaccioso: “ssstttt aspetta!”.
Non dovevo disturbala dalle sue puntate televisive. Tutti i giorni, per anni.
Ella amava un serial televisivo tipo: “Isso, Issa e o’ Malamente”, sequele meridionali dove passano la vita a sgridarsi, cornificarsi, imbrogliarsi e minacciarsi.

Insomma, da buon milanese detestavo quella cultura insopportabile, veramente insopportabile, mentre lei l’amava dicendo per ferirmi: “Che belle famiglie, avessi avuto anche io un marito meridionale, mi avrebbe amata tanto … e tu invece no!”.
Non sono battute belle di sera davanti a una minestra riscaldata alle ore 20,15 mentre mangio da solo con lei voltata di spalle ipnotizzata davanti al televisore. Poi arriva il filmone.

lei: “stai qui con me a vederlo?”
io : “ No grazie, sono stanco, leggo un pochino e dormo”
lei: “ Ecco! non mi fai mai compagnia, uffa!”

Da allora ho cominciato a detestare il televisore. Quando volevo fare all’amore non era mai pronta e se mi svegliava con le voglie sbuffavo: “io la partita l’ho persa”.  La televisione è un oggetto stupido, ma stupido, condotto da personale di servizio più stupide degli spettatori. Ma si sa, la Rai è un clan di raccomandati senza che abbia mai capito da chi?
Certamente pensavo  da una persona di potere con molti averi, più stupido di loro certamente, altrimenti non si giustificherebbero simili comporta-menti direttivi nelle trasmissioni.

Ho deciso – pensai – la butto!

Prima ancora di prendere la decisione di regalarla, la TV si è fulminata da sé! Sbadatamente, mentre era accesa, avevo appoggiato l’accappatoio sopra la TV accesa prima di farmi la doccia e, senza volerlo, avevo chiuso i condotti dell’aerazione. Per surriscaldamento è esploso qualcosa dentro. Ho sentito anche il “tich” tipico della scintilla.

La vidi per l’ultima volta nel container dell’AMSA, lucida, splendente, nuova. Mi lanciava delle occhiate tristi come un orfanella. Le stesse espressioni simili a quelle della  mia cagnolina quando mi allontanavo di casa senza di lei.

Le dissi: “Mi spiace per te. Ti ho tenuta come soprammobile per sei mesi, ma la colpa non è dei tuoi conduttori elettrici che sono ottimi, ma dei conduttori umani che tieni dentro. Ti avrei anche tenuta con me e riparata, sai?, Ma pur di non vedere tanta stupidità dilagare in casa mia e senza autorizzazione, mi spiace, ti lascio per sempre. Addio! Addio per sempre. Torna metallo e rinasci!”

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Da quel momento è cominciata l’Odissea di cosa o come dare la disdetta alla RAI e non solo, ma cosa avrei dovuto fare ancora per vincere la mia battaglia contro la luce ENEL a 220 volt.
In effetti, ragionandoci sopra, noi siamo bombardati tutti i giorni e a tutte le ore da fonti radio. Dico io: ma perché? Adesso che non ho la TV, lo Stato mi dovrebbe dotare di un deviatore di onde, insomma, dovrebbe distribuire – se non lui –  magari  un Istituto privato . una macchinetta contro le onde radio. Niente di tutto ciò.

Ora, non avendo più la TV cominciai a notare una serie di Monitor e Schermi  posizionati ovunque nei punti strategici di passaggio della mia città: Bar, Ristoranti, Stazioni, Ospedali, Supermercati, Banche, Uffici pubblici, Metropolitana, Autobus ecc. schermi televisivi dove non si ha nemmeno il tempo di osservarli perché sempre di fretta,  chiedendomi sul perché di tanto spreco.
Mi dicevano gli amici, “Ma è per la pubblicità o nooo???” (come darmi del deficiente)… ma va la…

A sera a casa, meditavo sui punti strategici in cui erano stati posizionati, fotografandoli giorno per giorno, riguardandoli dopo cena nel PC. Durante il giorno, passeggiavo lentamente come un turista dentro un museo d’Arte senza il diritto di fotografare gli schermi appesi e da diverse angolazioni, scattando furtivo, per rivederli. Evvvaaai Klicki! .

Mi si formò in testa  l’idea che quegli schermi non fossero normali Televisori, ma macchine per il controllo dei cittadini. Insomma, una specie di telecamera ad ampio raggio panoramico, capace di catturare immagini con la stessa facilità con la quale le emette o le trasmetterle da centrali dati. Se il telefono è un apparecchio ricetrasmittente, pensai, lo sarà anche la TV… o no?
Butatta!


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